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  • Produrre vicino è sempre meglio? Non necessariamente

    Una fragola o un pomodoro che hanno percorso migliaia di chilometri sembrano, a prima vista, meno sostenibili dello stesso prodotto coltivato vicino a casa.

    Ma la distanza è soltanto una parte del problema.

    Coltivare un ortaggio fuori stagione in un clima freddo può richiedere una serra riscaldata e illuminata. In un Paese più caldo, invece, lo stesso prodotto può crescere sfruttando soprattutto il sole.

    A quel punto bisogna confrontare l’energia necessaria per produrlo vicino con quella utilizzata per produrlo lontano e trasportarlo.

    È uno dei motivi per cui in inverno arrivano in Europa pomodori dal Marocco e dalla Spagna meridionale, mentre Cile, Perù, Sudafrica o Nuova Zelanda possono rifornire il mercato europeo di frutta quando qui è fuori stagione.

    Per alcuni prodotti il confronto è ancora più evidente. Coltivare banane in una serra riscaldata europea avrebbe poco senso quando possono crescere naturalmente in un clima tropicale ed essere trasportate via nave.

    Questo non significa che importare sia sempre meglio. Aerei, camion, refrigerazione, sprechi e tecniche produttive possono cambiare completamente il risultato.

    Significa qualcosa di più semplice: i chilometri percorsi, da soli, non bastano per misurare l’impatto di ciò che mangiamo.

    Questa e molte altre curiosità sull’ortofrutta e sulle filiere alimentari sono raccontate nel Volume 1.

  • In Spagna ci sono così tante serre da essere visibili dallo spazio

    Nel sud della Spagna, intorno ad Almería, decine di migliaia di ettari sono coperti da serre.

    La concentrazione è talmente grande da essere chiaramente visibile nelle immagini satellitari: un’enorme superficie chiara che ricopre buona parte del territorio vicino alla costa.

    Da queste serre arrivano pomodori, peperoni, cetrioli, zucchine e altri ortaggi che riforniscono i mercati europei soprattutto nei mesi più freddi.

    Ma non bisogna immaginare necessariamente serre riscaldate come quelle del Nord Europa.

    Almería gode di moltissime ore di sole e di inverni miti. Le coperture servono soprattutto a creare un ambiente più controllato, proteggendo le colture e sfruttando l’energia solare disponibile naturalmente.

    È un modello molto diverso, per esempio, dalle serre tecnologiche dei Paesi Bassi, dove temperatura, umidità, acqua e talvolta illuminazione vengono controllate con sistemi molto più intensivi dal punto di vista energetico.

    Dietro la parola “serra” possono quindi nascondersi sistemi agricoli completamente diversi. Cambiano il clima, la tecnologia, il consumo di energia e acqua e persino il motivo per cui conviene coltivare al coperto.

    Questa e molte altre curiosità sull’ortofrutta e sulle produzioni specializzate sono raccontate nel Volume 1.

  • Coltivare senza terra può far risparmiare fino al 90% dell’acqua

    Pomodori, fragole, lattuga e peperoni possono crescere senza essere piantati nel terreno.

    È il principio dell’idroponica: le radici ricevono acqua e nutrienti direttamente da una soluzione nutritiva oppure attraverso substrati come fibra di cocco, perlite o lana di roccia.

    Nei sistemi più avanzati, l’acqua che le piante non assorbono non viene buttata. Viene raccolta, controllata, corretta e rimessa in circolo.

    Secondo la FAO, l’idroponica può arrivare a utilizzare fino al 90% d’acqua in meno rispetto alla coltivazione convenzionale.

    Quel “fino a”, però, è importante. Il risparmio dipende dalla coltura, dal clima, dalla tecnologia utilizzata e soprattutto dal sistema con cui viene fatto il confronto.

    E consumare meno acqua non significa automaticamente avere un impatto ambientale minore. Pompe, sensori, riscaldamento, raffrescamento e soprattutto illuminazione artificiale possono richiedere molta energia.

    Coltivare senza suolo può quindi risparmiare moltissima acqua. Ma per capire se è davvero più sostenibile bisogna guardare l’intero sistema.

    Questa e molte altre curiosità sull’ortofrutta e sulle nuove tecniche di coltivazione sono raccontate nel Volume 1.

  • La pasta è italiana, ma il grano non sempre lo è

    L’Italia produce ogni anno oltre 4 milioni di tonnellate di pasta e ne esporta la maggior parte.

    Siamo anche il primo produttore di grano duro dell’Unione europea, con un raccolto che nel 2025 ha superato i 4 milioni di tonnellate.

    Eppure importiamo grano duro.

    Non è una contraddizione. L’industria italiana della pasta è così grande che il raccolto nazionale non sempre basta a soddisfarne il fabbisogno, sia per quantità sia per caratteristiche qualitative.

    Per questo una parte del grano arriva dall’estero, in particolare dal Canada. La materia prima importata entra nei pastifici italiani, dove viene trasformata in un prodotto che viene poi consumato ed esportato in tutto il mondo.

    Il fenomeno è ancora più evidente per altri cereali: l’Italia importa grandi quantità di grano tenero e mais, oltre a semi e farina di soia destinati soprattutto ai mangimi.

    È un esempio di come funziona oggi il sistema alimentare: essere grandi produttori di un alimento trasformato non significa necessariamente produrre in casa tutte le materie prime necessarie.

    Questa e molte altre curiosità sulle grandi colture e sulle filiere alimentari sono raccontate nel Volume 1

  • Mangiamo molta più soia di quanto pensiamo

    Quando pensiamo alla soia, probabilmente immaginiamo tofu, latte vegetale o salsa di soia.

    Ma la maggior parte della soia mondiale non viene consumata direttamente dalle persone.

    Oltre l’85% dei semi viene frantumato. Da questo processo si ricavano due prodotti: olio e, soprattutto, una farina molto ricca di proteine.

    Ed è qui che la soia diventa quasi invisibile.

    La farina di soia viene utilizzata soprattutto nei mangimi per gli animali, in particolare pollame e suini. Una parte della soia che coltiviamo entra quindi nella nostra alimentazione indirettamente, attraverso carne, uova e altri prodotti animali.

    Le dimensioni sono enormi: nella campagna 2025/26 la produzione mondiale di soia ha superato i 430 milioni di tonnellate. Circa il 40% dei semi attraversa inoltre almeno un confine nazionale, soprattutto verso la Cina.

    Anche l’Europa dipende fortemente dall’estero per queste proteine destinate agli allevamenti.

    La soia che vediamo sugli scaffali è quindi soltanto una piccola parte della sua storia. Gran parte viaggia nel sistema alimentare senza che ce ne accorgiamo.

    Questa e molte altre curiosità sulle grandi colture mondiali sono raccontate nel Volume 1

  • Quattro piante occupano quasi metà dei seminativi del pianeta

    Grano, mais, riso e soia. Quattro piante che, messe insieme, occupano circa 730 milioni di ettari, quasi la metà dei seminativi del pianeta.

    È una superficie difficile persino da immaginare.

    Un confronto aiuta: il solo mais occupa nel mondo circa 205 milioni di ettari. L’intera superficie agricola dell’Unione europea è di circa 157 milioni.

    E da questi campi escono quantità enormi. Nel 2025 la produzione mondiale di cereali ha sfiorato i 3 miliardi di tonnellate: circa 1,27 miliardi di mais, 800 milioni di grano e oltre 550 milioni di tonnellate di riso lavorato.

    Ma tutto questo raccolto non finisce direttamente nei nostri piatti.

    Grano e riso sono fondamentali per l’alimentazione umana, mentre una parte enorme del mais diventa mangime o materia prima industriale. La soia, invece, viene soprattutto trasformata per produrre olio e farine proteiche destinate agli animali.

    Una parte sorprendentemente grande del sistema alimentare mondiale dipende quindi da appena quattro colture.

    Questa e molte altre curiosità sulle dimensioni dell’agricoltura mondiale sono raccontate nel Volume 1

  • Prima verificare, poi raccontare: come sta cambiando Grandi Numeri, Grandi Impatti

    L’intelligenza artificiale può scrivere una frase perfettamente convincente anche quando il numero su cui si basa è sbagliato.

    Per questo abbiamo cambiato il modo in cui vengono costruiti i contenuti di Grandi Numeri, Grandi Impatti.

    Nella prima fase del progetto, ricerca e scrittura erano più vicine: si raccoglievano le informazioni, nasceva una bozza e successivamente arrivavano i controlli.

    Il nuovo processo separa molto più nettamente questi momenti.

    Prima della bozza viene costruito un dossier di ricerca. Per ogni dato candidato si controllano la fonte, l’anno, il territorio, l’unità di misura, il significato e la disponibilità di informazioni più aggiornate. Dubbi, lacune e conflitti tra fonti devono emergere, non essere nascosti.

    Poi arriva una fase separata di verifica: i numeri vengono confrontati, quelli deboli o ridondanti eliminati e le stime incompatibili non vengono mescolate. Solo dopo viene stabilito quali informazioni potranno entrare nel capitolo.

    A quel punto si scrive.

    Infine la bozza viene controllata di nuovo, verificando che durante la trasformazione dei dati in racconto non siano comparsi errori, semplificazioni eccessive o numeri che erano stati esclusi.

    Questo metodo non rende Grandi Numeri, Grandi Impatti infallibile. Nessun processo può farlo.

    Ma cambia una cosa fondamentale: l’accuratezza non è più soltanto un controllo alla fine del lavoro. È qualcosa che cerchiamo di costruire prima ancora di scrivere la prima frase.

    Per conoscere più nel dettaglio come vengono realizzati e verificati i contenuti, puoi consultare la pagina Metodologia del sito.

  • L’Africa produce ed esporta cibo, eppure 307 milioni di persone soffrono la fame

    L’Africa produce ed esporta enormi quantità di cacao, caffè, frutta, pesce e altri prodotti agricoli. Eppure, nel 2024, oltre 307 milioni di africani — più di una persona su cinque — hanno sofferto la fame.

    Sembra una contraddizione, ma non lo è.

    La fame non dipende soltanto dalla quantità di cibo prodotta. Dipende soprattutto dalla possibilità delle persone di acquistarlo o procurarselo.

    Un Paese può esportare cacao o caffè e contemporaneamente importare grano e altri alimenti di base. Se aumentano i prezzi internazionali, manca valuta per le importazioni, un conflitto interrompe i trasporti o una famiglia perde il proprio reddito, il cibo può esistere senza essere accessibile a tutti.

    Anche per questo l’Africa non può essere descritta semplicemente come un continente che «non produce abbastanza cibo». Al suo interno convivono grandi produttori agricoli, Paesi esportatori, economie pastorali e territori fortemente dipendenti dalle importazioni.

    La disponibilità di cibo e l’accesso al cibo sono due cose diverse. E i 307 milioni di persone che hanno sofferto la fame nel 2024 mostrano quanto questa differenza possa essere enorme.

    Questa e molte altre curiosità sul sistema alimentare mondiale sono raccontate nel Volume 1.

  • L’Europa esporta più cibo di quanto importa ma non è autosufficiente

    Nel 2025 l’Unione europea ha esportato prodotti agroalimentari per 238,4 miliardi di euro e ne ha importati per 188,6 miliardi.

    Quasi 50 miliardi di euro di surplus. Sembrerebbe la fotografia di un continente autosufficiente dal punto di vista alimentare.

    Ma non è così.

    L’Europa esporta molti prodotti trasformati, bevande e specialità ad alto valore, ma dipende dall’estero per materie prime importanti: cacao, caffè, frutta tropicale, parte dei mangimi e alcuni fertilizzanti.

    Una tavoletta di cioccolato rende bene l’idea. Il cacao può essere coltivato in Africa, importato in Europa, trasformato in un prodotto di valore molto maggiore e poi esportato nel resto del mondo.

    La materia prima entra, il prodotto trasformato esce.

    È uno dei motivi per cui avere un grande surplus commerciale non significa essere autosufficienti. L’Europa è contemporaneamente una potenza agroalimentare e un continente profondamente inserito nelle filiere globali.

    Dietro molti prodotti che consideriamo europei ci sono materie prime, risorse e scambi che attraversano mezzo pianeta.

    Questa e molte altre curiosità sul sistema alimentare europeo e mondiale sono raccontate nel Volume 1

  • L’Italia non produce più degli altri ma dal cibo riesce a ricavare più valore

    Quando pensiamo all’agricoltura italiana, è facile immaginare che il suo successo dipenda semplicemente da quanto produce. I numeri raccontano invece una storia più interessante.

    Nel 2025 l’Italia era soltanto quarta nell’Unione europea per valore della produzione agricola, dietro Francia, Germania e Spagna. Eppure, nello stesso anno, era prima per valore aggiunto agricolo, con circa 42,5 miliardi di euro, pari al 16,9% del totale dell’Unione europea.

    Come è possibile?

    La forza dell’Italia non sta soltanto nella quantità prodotta, ma nel valore che riesce a costruire intorno ai prodotti. Un territorio può fornire uva, latte, grano, pomodori o olive; poi entrano in gioco trasformazione, specializzazione, denominazioni di origine, marchi, distribuzione, ristorazione, turismo ed export.

    È così che le materie prime diventano vini, formaggi, pasta, conserve, dolci e migliaia di altri prodotti riconoscibili e spesso venduti a un valore molto superiore a quello degli ingredienti di partenza.

    C’è anche un aspetto meno intuitivo: questo successo non significa che l’Italia sia autosufficiente. Il Paese importa cereali, semi oleosi, mangimi, caffè, cacao, prodotti ittici e molte altre materie prime. Una parte del valore dell’agroalimentare italiano nasce proprio dalla capacità di trasformare, confezionare e commercializzare prodotti provenienti da filiere che attraversano più Paesi.

    Il risultato è un sistema particolare: l’Italia non domina l’agricoltura europea per quantità, ma riesce a ottenere moltissimo valore dalla combinazione tra agricoltura, industria, territorio e reputazione.

    Questa e molte altre curiosità sul sistema alimentare italiano e mondiale sono raccontate nel Volume 1