Una fragola o un pomodoro che hanno percorso migliaia di chilometri sembrano, a prima vista, meno sostenibili dello stesso prodotto coltivato vicino a casa.
Ma la distanza è soltanto una parte del problema.
Coltivare un ortaggio fuori stagione in un clima freddo può richiedere una serra riscaldata e illuminata. In un Paese più caldo, invece, lo stesso prodotto può crescere sfruttando soprattutto il sole.
A quel punto bisogna confrontare l’energia necessaria per produrlo vicino con quella utilizzata per produrlo lontano e trasportarlo.
È uno dei motivi per cui in inverno arrivano in Europa pomodori dal Marocco e dalla Spagna meridionale, mentre Cile, Perù, Sudafrica o Nuova Zelanda possono rifornire il mercato europeo di frutta quando qui è fuori stagione.
Per alcuni prodotti il confronto è ancora più evidente. Coltivare banane in una serra riscaldata europea avrebbe poco senso quando possono crescere naturalmente in un clima tropicale ed essere trasportate via nave.
Questo non significa che importare sia sempre meglio. Aerei, camion, refrigerazione, sprechi e tecniche produttive possono cambiare completamente il risultato.
Significa qualcosa di più semplice: i chilometri percorsi, da soli, non bastano per misurare l’impatto di ciò che mangiamo.
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