Ogni anno chiediamo ai terreni agricoli di produrre enormi quantità di cereali, ortaggi, frutta e mangimi. Per ottenere questi raccolti utilizziamo macchinari, fertilizzanti, acqua e prodotti per la protezione delle colture. Ma il terreno è anche un sistema biologico complesso, nel quale vivono microrganismi, funghi, insetti e altri organismi che contribuiscono alla fertilità e alla disponibilità dei nutrienti.
L’agricoltura rigenerativa nasce dall’idea che le attività agricole possano contribuire a mantenere e, dove necessario, migliorare le condizioni del suolo, attraverso una gestione attenta delle coltivazioni. Negli ultimi anni questo approccio ha attirato l’interesse di agricoltori, industrie alimentari e grandi distributori, che hanno iniziato a inserirlo nei propri programmi di produzione e approvvigionamento.
Ma che cosa cambia concretamente in un campo coltivato?
Una delle pratiche più diffuse è la rotazione delle colture. Coltivare ogni anno la stessa specie può favorire l’accumulo di determinati parassiti e impoverire la disponibilità di alcuni nutrienti. Alternare cereali, leguminose e altre coltivazioni permette di diversificare le esigenze nutritive e interrompere alcuni cicli biologici. Le leguminose, grazie alla collaborazione con batteri presenti nelle radici, possono inoltre fissare l’azoto atmosferico, contribuendo alla fertilità del terreno.
Un’altra tecnica consiste nel mantenere il suolo coperto anche nei periodi che separano due colture principali. Si utilizzano piante seminate appositamente, chiamate colture di copertura, che proteggono la superficie dall’erosione provocata dalla pioggia e dal vento. Le loro radici contribuiscono alla struttura del terreno e, quando la vegetazione viene restituita al suolo, possono apportare sostanza organica.
Anche le lavorazioni meccaniche possono cambiare. L’aratura tradizionale rivolta e rimescola il terreno, facilitando alcune operazioni agricole, ma richiede carburante e può accelerare la perdita di sostanza organica in determinate condizioni. Ridurre la profondità e la frequenza delle lavorazioni permette di risparmiare energia e limitare il disturbo della struttura del suolo. La semina su sodo, per esempio, consente di seminare direttamente nel terreno senza un’aratura preliminare, utilizzando macchine specifiche.
Queste tecniche comportano però investimenti e difficoltà operative. Le colture di copertura richiedono sementi, tempo e talvolta acqua aggiuntiva. La semina su sodo necessita di attrezzature adeguate e può rendere più complesso il controllo delle infestanti. In alcune aziende questo problema viene affrontato anche attraverso l’impiego di erbicidi, che possono essere incompatibili con le regole dell’agricoltura biologica.
Per questo un’azienda che adotta pratiche rigenerative non è necessariamente biologica. I due approcci possono condividere molte tecniche, ma seguono criteri differenti.
Un altro obiettivo importante riguarda la sostanza organica del suolo, che contribuisce a trattenere acqua, sostenere l’attività biologica e migliorare alcune proprietà fisiche del terreno. Aumentarla può rendere un campo più resistente a periodi di siccità e precipitazioni intense, anche se i risultati dipendono dal clima, dal tipo di suolo e dalla gestione precedente.
La sostanza organica contiene inoltre carbonio. Da qui nasce l’interesse per la possibilità di immagazzinare nel terreno una parte del carbonio sottratto all’atmosfera attraverso la fotosintesi. Il fenomeno è reale, ma la quantità accumulabile varia molto e non cresce indefinitamente. Inoltre, un cambiamento nelle pratiche agricole può provocare la perdita di una parte del carbonio precedentemente immagazzinato.
Anche gli effetti economici meritano attenzione. Ridurre le lavorazioni può diminuire i consumi di carburante e le ore di utilizzo dei trattori, mentre introdurre nuove colture e attrezzature può aumentare i costi iniziali. I benefici sulla fertilità e sulla stabilità delle rese possono richiedere diversi anni per manifestarsi, e non tutte le aziende ottengono gli stessi risultati.
C’è poi un problema di definizione. A differenza dell’agricoltura biologica, disciplinata da norme europee e sottoposta a certificazione obbligatoria, l’agricoltura rigenerativa non possiede ancora una definizione giuridica universalmente condivisa. Aziende e programmi privati possono utilizzare criteri differenti, rendendo difficile confrontare i risultati o stabilire quanta superficie agricola mondiale sia effettivamente gestita secondo questi principi.
La questione decisiva riguarda quindi ciò che accade concretamente nei campi. Misurare l’evoluzione della sostanza organica, l’erosione, il consumo d’acqua, la biodiversità, le rese e i costi permette di valutare gli effetti delle pratiche adottate.
L’agricoltura rigenerativa offre strumenti interessanti per affrontare problemi reali, come il degrado del suolo e la vulnerabilità delle coltivazioni agli eventi climatici estremi. Il suo contributo dipende dalle condizioni locali, dalle tecniche utilizzate e dalla capacità di mantenerle nel tempo.
La sfida è riuscire a produrre quantità sufficienti di alimenti conservando la fertilità dei terreni dai quali dipendono i raccolti futuri. Per riuscirci servono conoscenze agronomiche, investimenti e risultati verificabili.
Nel Volume 1, Cibo e agricoltura, della collana Grandi Numeri, Grandi Impatti, approfondiamo l’agricoltura biologica, integrata e rigenerativa, confrontandone pratiche, diffusione, produttività, costi e conseguenze ambientali.
Il volume è disponibile anche gratuitamente in PDF.
#GNGI #AgricolturaRigenerativa #Agricoltura #CiboEAgricoltura #FertilitàDelSuolo #Sostenibilità #Ambiente
Ogni anno chiediamo ai terreni agricoli di produrre enormi quantità di cereali, ortaggi, frutta e mangimi. Per ottenere questi raccolti utilizziamo macchinari, fertilizzanti, acqua e prodotti per la protezione delle colture. Ma il terreno è anche un sistema biologico complesso, nel quale vivono microrganismi, funghi, insetti e altri organismi che contribuiscono alla fertilità e alla disponibilità dei nutrienti.
L’agricoltura rigenerativa nasce dall’idea che le attività agricole possano contribuire a mantenere e, dove necessario, migliorare le condizioni del suolo, attraverso una gestione attenta delle coltivazioni. Negli ultimi anni questo approccio ha attirato l’interesse di agricoltori, industrie alimentari e grandi distributori, che hanno iniziato a inserirlo nei propri programmi di produzione e approvvigionamento.
Ma che cosa cambia concretamente in un campo coltivato?
Una delle pratiche più diffuse è la rotazione delle colture. Coltivare ogni anno la stessa specie può favorire l’accumulo di determinati parassiti e impoverire la disponibilità di alcuni nutrienti. Alternare cereali, leguminose e altre coltivazioni permette di diversificare le esigenze nutritive e interrompere alcuni cicli biologici. Le leguminose, grazie alla collaborazione con batteri presenti nelle radici, possono inoltre fissare l’azoto atmosferico, contribuendo alla fertilità del terreno.
Un’altra tecnica consiste nel mantenere il suolo coperto anche nei periodi che separano due colture principali. Si utilizzano piante seminate appositamente, chiamate colture di copertura, che proteggono la superficie dall’erosione provocata dalla pioggia e dal vento. Le loro radici contribuiscono alla struttura del terreno e, quando la vegetazione viene restituita al suolo, possono apportare sostanza organica.
Anche le lavorazioni meccaniche possono cambiare. L’aratura tradizionale rivolta e rimescola il terreno, facilitando alcune operazioni agricole, ma richiede carburante e può accelerare la perdita di sostanza organica in determinate condizioni. Ridurre la profondità e la frequenza delle lavorazioni permette di risparmiare energia e limitare il disturbo della struttura del suolo. La semina su sodo, per esempio, consente di seminare direttamente nel terreno senza un’aratura preliminare, utilizzando macchine specifiche.
Queste tecniche comportano però investimenti e difficoltà operative. Le colture di copertura richiedono sementi, tempo e talvolta acqua aggiuntiva. La semina su sodo necessita di attrezzature adeguate e può rendere più complesso il controllo delle infestanti. In alcune aziende questo problema viene affrontato anche attraverso l’impiego di erbicidi, che possono essere incompatibili con le regole dell’agricoltura biologica.
Per questo un’azienda che adotta pratiche rigenerative non è necessariamente biologica. I due approcci possono condividere molte tecniche, ma seguono criteri differenti.
Un altro obiettivo importante riguarda la sostanza organica del suolo, che contribuisce a trattenere acqua, sostenere l’attività biologica e migliorare alcune proprietà fisiche del terreno. Aumentarla può rendere un campo più resistente a periodi di siccità e precipitazioni intense, anche se i risultati dipendono dal clima, dal tipo di suolo e dalla gestione precedente.
La sostanza organica contiene inoltre carbonio. Da qui nasce l’interesse per la possibilità di immagazzinare nel terreno una parte del carbonio sottratto all’atmosfera attraverso la fotosintesi. Il fenomeno è reale, ma la quantità accumulabile varia molto e non cresce indefinitamente. Inoltre, un cambiamento nelle pratiche agricole può provocare la perdita di una parte del carbonio precedentemente immagazzinato.
Anche gli effetti economici meritano attenzione. Ridurre le lavorazioni può diminuire i consumi di carburante e le ore di utilizzo dei trattori, mentre introdurre nuove colture e attrezzature può aumentare i costi iniziali. I benefici sulla fertilità e sulla stabilità delle rese possono richiedere diversi anni per manifestarsi, e non tutte le aziende ottengono gli stessi risultati.
C’è poi un problema di definizione. A differenza dell’agricoltura biologica, disciplinata da norme europee e sottoposta a certificazione obbligatoria, l’agricoltura rigenerativa non possiede ancora una definizione giuridica universalmente condivisa. Aziende e programmi privati possono utilizzare criteri differenti, rendendo difficile confrontare i risultati o stabilire quanta superficie agricola mondiale sia effettivamente gestita secondo questi principi.
La questione decisiva riguarda quindi ciò che accade concretamente nei campi. Misurare l’evoluzione della sostanza organica, l’erosione, il consumo d’acqua, la biodiversità, le rese e i costi permette di valutare gli effetti delle pratiche adottate.
L’agricoltura rigenerativa offre strumenti interessanti per affrontare problemi reali, come il degrado del suolo e la vulnerabilità delle coltivazioni agli eventi climatici estremi. Il suo contributo dipende dalle condizioni locali, dalle tecniche utilizzate e dalla capacità di mantenerle nel tempo.
La sfida è riuscire a produrre quantità sufficienti di alimenti conservando la fertilità dei terreni dai quali dipendono i raccolti futuri. Per riuscirci servono conoscenze agronomiche, investimenti e risultati verificabili.
Nel Volume 1, Cibo e agricoltura, della collana Grandi Numeri, Grandi Impatti, approfondiamo l’agricoltura biologica, integrata e rigenerativa, confrontandone pratiche, diffusione, produttività, costi e conseguenze ambientali.
Il volume è disponibile anche gratuitamente in PDF.
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