Quando vediamo un’enorme distesa di pascoli occupata da bovini, pecore o capre, viene spontaneo pensare: non sarebbe meglio utilizzare quella terra per coltivare cibo?
In molti casi, però, non sarebbe possibile.
Una parte molto grande dei pascoli mondiali si trova in zone aride, steppe, montagne o terreni troppo poveri e difficili da coltivare. Secondo alcune stime, circa due terzi dei pascoli non sono adatti alla produzione di colture.
È proprio in ambienti di questo tipo che la pastorizia ha trovato spazio per migliaia di anni. Pecore, capre, bovini, cammelli, yak e altri animali riescono a nutrirsi della vegetazione spontanea e a trasformarla in latte, carne e altri prodotti.
La mobilità è spesso fondamentale. Nel Sahel, nelle steppe dell’Asia centrale o sulle montagne, le mandrie vengono spostate seguendo le stagioni, l’acqua e la crescita dell’erba. La FAO considera questa capacità di movimento una delle caratteristiche fondamentali dei sistemi pastorali.
Questo non significa che il pascolo non abbia un costo territoriale: l’allevamento utilizza una parte enorme della superficie agricola mondiale e un pascolo gestito male può degradarsi.
Ma c’è una differenza importante tra un ettaro di pianura fertile e un ettaro di steppa arida.
Uno dei ruoli più particolari della pastorizia è proprio questo: produrre alimenti utilizzando vegetazione e territori dai quali spesso non potremmo ottenere direttamente delle colture.
Questa e molte altre curiosità sulla pastorizia e sugli allevamenti non intensivi sono raccontate nel Volume 1
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