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  • Una mietitrebbia da 220.000 euro o 232 euro per ettaro?

    Quando si parla di macchine agricole, il prezzo d’acquisto è solo l’inizio del conto. Una mietitrebbia può costare centinaia di migliaia di euro, ma per una piccola o media azienda cerealicola il problema principale è che viene utilizzata soltanto per una parte molto limitata dell’anno.

    Da qui nasce una domanda molto concreta: conviene possedere la macchina oppure conviene acquistare il servizio che quella macchina svolge?

    Un riferimento aiuta a capire l’ordine di grandezza. Nel tariffario 2025 della Confederazione agromeccanici e agricoltori italiani di Mantova, la mietitrebbiatura del frumento è indicata a circa 232 euro per ettaro, IVA esclusa, per lavori continuativi in condizioni normali. Su 50 ettari, significa circa 11.600 euro per una campagna di raccolta.

    Come confronto, nel 2021 una procedura dell’Università di Bologna indicava una base d’asta di 220.000 euro, IVA esclusa, per una mietitrebbia autolivellante nuova. Il paragone non equivale a un vero calcolo di pareggio, perché la macchina acquistata conserva un valore residuo e il servizio del contoterzista comprende anche personale e costi operativi, ma rende molto bene l’idea del capitale necessario.

    E il prezzo della macchina, da solo, non basta. Bisogna aggiungere finanziamento, manutenzione, assicurazione, ricovero, carburante, pneumatici e operatore. Per questo una macchina costosa può essere economicamente sensata solo se viene utilizzata abbastanza da distribuire questi costi su molte ore o su molti ettari.

    È qui che entra in gioco il contoterzismo. In Italia circa il 28% delle aziende agricole ricorre a servizi esterni, mentre le imprese agromeccaniche sono circa 18.000. In pratica, una stessa macchina viene utilizzata da molte aziende diverse, invece di restare ferma per gran parte dell’anno.

    Il sistema, però, ha un limite molto semplice: quando il raccolto è pronto e il meteo concede pochi giorni utili, molte aziende hanno bisogno della stessa macchina nello stesso momento. Il contoterzista deve quindi concentrare il lavoro, organizzare gli spostamenti e stabilire l’ordine degli interventi, mentre per l’agricoltore anche pochi giorni di ritardo possono significare più umidità, più perdite o una qualità peggiore.

    Per questo il vero confronto non è soltanto tra 220.000 euro e 232 euro per ettaro. È tra capitale immobilizzato, utilizzo reale della macchina e capacità di averla disponibile proprio quando serve.

    📘 Grandi Numeri, Grandi Impatti
    Volume 1 – Cibo e agricoltura
    Capitolo 02.16 – Macchine agricole: la meccanizzazione dei campi

  • Quanto petrolio resta nel sottosuolo anche dopo anni di produzione?

    Quando un giacimento petrolifero viene scoperto, il volume di petrolio presente nella roccia non coincide con quello che potrà essere estratto. Una parte resta intrappolata nei pori, un’altra si trova in zone poco permeabili o difficili da raggiungere, e la quantità effettivamente recuperabile dipende da pressione, viscosità, geologia, tecnologia e costi.

    All’inizio il petrolio può risalire grazie alla pressione naturale del giacimento. È il recupero primario. Con il passare del tempo, però, la pressione diminuisce e la produzione tende a calare; per mantenerla si può ricorrere a pompe oppure all’iniezione di acqua o gas, che aiutano a spingere il greggio verso i pozzi produttivi.

    È il cosiddetto recupero secondario.

    In altri casi si utilizzano tecniche ancora più complesse, indicate come Enhanced Oil Recovery, o EOR: calore, gas miscibili, sostanze chimiche o altri processi che modificano il comportamento del petrolio e facilitano il suo movimento nella roccia.

    Ma nemmeno queste tecniche riescono a recuperare tutto.

    Il motivo è semplice: un giacimento non è un serbatoio uniforme. È un sistema tridimensionale fatto di pori, fratture, strati con permeabilità diversa e zone che i fluidi iniettati possono non raggiungere mai. Parte del greggio resta aderente alla roccia, altra parte viene bypassata dall’acqua o dal gas, altra ancora richiederebbe troppa energia o troppo capitale per essere prodotta.

    Per questo petrolio presente, petrolio tecnicamente recuperabile, riserva e produzione reale sono grandezze diverse.

    La situazione diventa ancora più evidente nei giacimenti maturi. Con il tempo aumenta spesso la quantità di acqua che risale insieme al petrolio e servono sempre più energia, impianti e trattamento per ottenere la stessa quantità di greggio.

    Anche il declino cambia molto a seconda del tipo di produzione. Nei grandi campi convenzionali può essere relativamente graduale; nei pozzi orizzontali del tight oil può essere molto rapido.

    Negli Stati Uniti continentali, per esempio, la produzione dei pozzi già attivi alla fine del 2023 è scesa da 11,0 a 6,7 milioni di barili al giorno nell’arco di un anno. Per compensare questo calo, nel 2024 sono entrati in produzione più di 15.000 nuovi pozzi.

    È un dato che mostra bene una cosa: produrre petrolio non significa semplicemente “aprire un rubinetto”. Significa gestire continuamente il declino di un sistema geologico e industriale.

    Un giacimento può contenere molto petrolio e, allo stesso tempo, lasciarne una parte enorme definitivamente nel sottosuolo.

    Articolo ispirato al capitolo 03.05 – Come nasce un barile di petrolio di Grandi Numeri, Grandi Impatti – Volume 2: Energia.

    📘 Il volume completo è disponibile gratuitamente in PDF su gngi.it e come ebook nei principali store online.

  • Da settimane a pochi giorni: come le macchine hanno cambiato il lavoro nei campi

    Per raccogliere un campo di grano, un tempo servivano molte persone, giornate di lavoro e una lunga sequenza di operazioni separate.

    Oggi una mietitrebbia taglia, trebbia e separa il cereale in un unico passaggio. Trattori e rimorchi portano via la granella, mentre essiccatoi e magazzini devono essere pronti a riceverla.

    La differenza non è soltanto nella velocità.

    Nel censimento del 1951 circa 8 milioni di persone lavoravano nell’agricoltura italiana, oltre il 40% degli occupati. Da allora quel numero è crollato, mentre la capacità di lavorare grandi superfici è aumentata enormemente.

    Attribuire tutto alle macchine sarebbe però sbagliato. Hanno contato anche sementi migliori, fertilizzanti, irrigazione, organizzazione aziendale, logistica e trasformazione industriale.

    La meccanizzazione ha comunque cambiato la natura stessa del lavoro agricolo.

    Alla forza muscolare si sono sostituiti motori, acciaio, carburante, officine, elettronica e competenze specialistiche. Molte mansioni manuali sono diminuite, mentre sono cresciuti il ruolo di meccanici, tecnici, operatori specializzati e imprese agromeccaniche.

    E soprattutto è cambiato il rapporto con il tempo.

    Semina e raccolta devono spesso essere completate in finestre molto brevi. Se arriva una pioggia intensa nel momento sbagliato, pochi giorni possono fare la differenza tra un raccolto di qualità e una perdita economica.

    Per questo una macchina agricola non serve soltanto a fare il lavoro “più velocemente”.

    Serve a farlo nel momento giusto.

    📘 Grandi Numeri, Grandi Impatti
    Volume 1 – Cibo e agricoltura
    Capitolo 02.16 – Macchine agricole: la meccanizzazione dei campi

  • Il petrolio non si trova in grandi laghi sotterranei

    Quando immaginiamo un giacimento petrolifero, è facile pensare a una grande cavità piena di petrolio, nascosta a chilometri di profondità e pronta a essere perforata. In realtà, nella maggior parte dei casi il sottosuolo funziona in modo molto diverso.

    Il petrolio si trova soprattutto nei minuscoli pori delle rocce sedimentarie, insieme ad acqua e talvolta gas. Perché possa essere prodotto non basta quindi che una roccia contenga idrocarburi: deve anche possedere pori sufficientemente collegati tra loro da permettere al fluido di muoversi verso il pozzo.

    È la differenza fra porosità e permeabilità. Una roccia può contenere molto spazio vuoto e quindi parecchio petrolio, ma lasciarlo scorrere con grande difficoltà.

    Prima ancora, però, deve essersi verificata una lunga sequenza di condizioni geologiche. Una roccia ricca di materia organica deve essere stata sepolta abbastanza a lungo da raggiungere temperature adatte alla formazione degli idrocarburi; il petrolio deve poi migrare verso una roccia serbatoio e incontrare una struttura capace di trattenerlo, coperta da uno strato sufficientemente impermeabile.

    Se manca anche uno solo di questi passaggi, il giacimento può non formarsi.

    Ed è qui che nasce un’altra distinzione importante: petrolio presente nel sottosuolo non significa petrolio disponibile per il mercato.

    Si può stimare quanto petrolio esista in una formazione, quanta parte sia tecnicamente recuperabile e quanta possa diventare una vera riserva commerciale. Sono tre cose diverse. Una risorsa può essere geologicamente presente e tecnicamente estraibile, ma restare inutilizzata perché troppo costosa, troppo remota o priva delle infrastrutture necessarie.

    Lo USGS, per esempio, ha stimato nel 2025 29,4 miliardi di barili di petrolio non ancora scoperto ma tecnicamente recuperabile sotto le terre pubbliche federali degli Stati Uniti. Non significa che esistano 29,4 miliardi di barili già individuati e pronti a essere estratti: è una stima probabilistica del potenziale geologico.

    Anche la ricerca di un giacimento è quindi molto più complessa di quanto suggerisca l’immagine della trivella che “trova il petrolio”. Geologi e geofisici studiano strutture profonde, rocce e dati sismici, ma la sismica non fotografa direttamente il petrolio: permette di ricostruire la geometria del sottosuolo e individuare strutture promettenti.

    Solo il pozzo esplorativo può verificare cosa si trovi realmente laggiù.

    Un barile di petrolio nasce quindi molto prima della pompa: nasce dall’incontro fra geologia, esplorazione, tecnologia e decisioni industriali.

    Articolo ispirato al capitolo 03.05 – Come nasce un barile di petrolio di Grandi Numeri, Grandi Impatti – Volume 2: Energia.

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  • Quando non trattare può costare più che trattare

    Tra il 2020 e il 2021 il Corno d’Africa e lo Yemen furono colpiti da una delle più gravi invasioni di cavallette del deserto degli ultimi decenni.

    Gli sciami possono contenere milioni di insetti e spostarsi rapidamente su grandi distanze, divorando colture e pascoli lungo il percorso. In regioni già esposte a siccità, povertà e insicurezza alimentare, una crisi di questo tipo può trasformarsi in un problema umanitario.

    Per contenere l’invasione, FAO e governi locali trattarono quasi 2,3 milioni di ettari con operazioni terrestri e aeree.

    È un numero enorme.

    E rende evidente uno dei dilemmi più difficili della difesa fitosanitaria: trattare vaste superfici con insetticidi comporta rischi ambientali e sanitari, ma non intervenire può significare perdere raccolti e pascoli essenziali per milioni di persone.

    Gli insetticidi ad ampio spettro possono colpire organismi non bersaglio, contaminare l’ambiente ed esporre gli operatori. In aree con infrastrutture limitate, garantire dispositivi di protezione, corretta applicazione e monitoraggio può essere particolarmente difficile.

    Esistono alternative, come alcuni biopesticidi, che possono ridurre l’impatto ambientale. Ma spesso agiscono più lentamente e funzionano meglio quando l’infestazione viene individuata presto, prima che gli sciami raggiungano dimensioni enormi.

    Qui entra in gioco un fattore decisivo: il tempo.

    Quando un’invasione viene intercettata nelle prime fasi, è possibile intervenire in modo più mirato. Quando milioni di insetti si sono già concentrati su aree immense, le opzioni diventano più aggressive, costose e difficili da gestire.

    La FAO raccolse circa 230,5 milioni di dollari per affrontare quella crisi, a fronte di una richiesta complessiva di circa 312 milioni.

    Anche questo aiuta a capire la scala del problema: la protezione delle colture non riguarda soltanto il costo di un prodotto chimico, ma anche sorveglianza, mezzi aerei, personale, logistica, ricerca e capacità di intervenire abbastanza presto.

    Il caso delle cavallette mostra perché la domanda “usare o non usare pesticidi?” sia spesso troppo semplice.

    La questione reale è un’altra: quale intervento riduce il danno complessivo, considerando insieme raccolti, salute, ambiente e urgenza?

    In alcune situazioni il costo di un trattamento è evidente. In altre, però, lo è anche il costo di non farlo.

    Tema tratto da “Grandi Numeri, Grandi Impatti – Volume 1: Cibo e agricoltura”, capitolo 02.15 – Prodotti fitosanitari.

  • Nel 2025 la Cina ha generato il 58% della crescita mondiale della domanda elettrica

    Nel 2025 la Cina ha rappresentato il 58% dell’aumento mondiale della domanda di elettricità e ha superato i 9.500 TWh di consumo elettrico. È un dato che racconta bene come stia cambiando la geografia dell’energia: il centro della crescita non coincide necessariamente con i Paesi che possiedono più petrolio, gas o carbone, ma sempre più con quelli dove si concentrano industria, città, infrastrutture e nuovi consumi.

    La Cina è oggi contemporaneamente un enorme consumatore di energia, un grande produttore di carbone, un importante importatore di petrolio e gas e uno dei principali centri mondiali per la produzione di tecnologie energetiche. India e Sud-Est asiatico stanno seguendo una traiettoria simile, spinte da urbanizzazione, industrializzazione, raffrescamento degli edifici, mobilità e maggiore accesso ai servizi.

    Intanto la geografia dei combustibili resta molto diversa. Il petrolio continua a provenire in larga parte dal Golfo, dal Nord America, dalla Russia e dall’America Latina, mentre nel gas sono diventati decisivi sia i gasdotti sia il GNL. Nel 2025 gli Stati Uniti rappresentavano circa un quarto del mercato mondiale del GNL, mostrando quanto rapidamente possano cambiare i ruoli dei grandi produttori.

    Anche il carbone conserva una geografia particolare: Australia e Indonesia sono grandi esportatori, mentre Cina e India sono insieme grandi produttori e grandi consumatori. Secondo la IEA, alla fine del 2025 la Cina consumava da sola oltre metà del carbone mondiale.

    Ma la nuova geografia dell’energia non riguarda soltanto i combustibili. Con elettricità, batterie, reti e tecnologie rinnovabili il peso si sposta anche sulle filiere industriali: per 19 dei 20 minerali strategici considerati dalla IEA, la Cina è il principale Paese raffinatore, con una quota media intorno al 70%.

    La transizione energetica, quindi, non elimina le dipendenze: le sposta. Dai giacimenti si passa anche alle raffinerie, alle fabbriche, alle reti, ai materiali e alle tecnologie.

    Capire l’energia mondiale significa ormai osservare almeno due mappe sovrapposte: quella ancora dominata dai combustibili e quella, in rapido movimento, dell’elettricità e dell’industria tecnologica.

    Articolo ispirato al capitolo 03.04 – Il mondo di Grandi Numeri, Grandi Impatti – Volume 2: Energia.

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  • Trovare un residuo di pesticida nel cibo significa che è pericoloso? Non necessariamente.

    Quando un’analisi trova un residuo di prodotto fitosanitario su un alimento, la reazione istintiva è spesso semplice: “c’è un pesticida, quindi fa male”.

    Ma tossicologia e regolamentazione funzionano in modo diverso.

    La prima distinzione da fare è tra pericolo e rischio.

    Il pericolo è la capacità intrinseca di una sostanza di provocare un danno. Il rischio dipende invece anche da quanto ne assumiamo, per quanto tempo e attraverso quale via di esposizione.

    È un po’ come il fuoco: è pericoloso per definizione, ma il rischio cambia enormemente tra una candela sul tavolo e un incendio in casa.

    Lo stesso vale per i residui negli alimenti.

    Nell’Unione europea esistono limiti massimi di residuo specifici per ogni combinazione tra sostanza e alimento. Questi limiti non rappresentano una “soglia oltre la quale ci si intossica”, ma un valore legale legato agli usi autorizzati e alle valutazioni di sicurezza.

    Nei dati EFSA relativi al 2022, su 110.829 campioni analizzati, il 96,3% risultava entro i limiti previsti. Il 3,7% superava il limite massimo di residuo e il 2,2% risultava non conforme dopo aver considerato anche l’incertezza di misura.

    Anche qui serve però una precisazione importante: superare un limite non significa automaticamente che quell’alimento provochi un danno alla salute.

    Il limite massimo di residuo e la soglia tossicologica non sono la stessa cosa. Quando si valuta il rischio reale per il consumatore si considera l’esposizione complessiva, acuta e cronica, confrontandola con valori di riferimento tossicologici.

    Questo non significa che i residui siano irrilevanti.

    I controlli servono proprio perché l’esposizione avviene attraverso molti alimenti e per lunghi periodi, e perché bambini e adulti non hanno lo stesso peso corporeo né gli stessi consumi. Inoltre gli effetti combinati di più sostanze sono più complessi da valutare rispetto a quelli di una singola molecola.

    C’è poi un altro punto spesso trascurato: chi lavora con i prodotti fitosanitari è molto più esposto del consumatore.

    Chi apre le confezioni, prepara le miscele e tratta i campi può entrare in contatto con concentrazioni molto più alte attraverso pelle e inalazione. Per questo dispositivi di protezione, formazione, attrezzature adeguate e rispetto delle modalità d’uso contano molto più di quanto suggerisca la semplice presenza o assenza di un residuo nel piatto.

    Il messaggio, quindi, non è che “i pesticidi sono sicuri” o che “i pesticidi sono pericolosi”.

    È che la presenza di una sostanza non basta, da sola, a descrivere il rischio.

    Per capirlo servono almeno quattro cose: quale sostanza, in quale quantità, con quale esposizione e per quanto tempo.

    Ed è proprio questa distinzione tra presenza, pericolo ed esposizione che permette di discutere di sicurezza alimentare con numeri, invece che con slogan.

    Tema tratto da “Grandi Numeri, Grandi Impatti – Volume 1: Cibo e agricoltura”, capitolo 02.15 – Prodotti fitosanitari.

  • Quasi metà dell’elettricità europea è rinnovabile, ma l’UE dipende ancora dall’estero per il 57% dell’energia

    Nel 2024 le fonti rinnovabili hanno coperto il 47,5% del consumo lordo di elettricità dell’Unione europea, una quota che nel 2025 è salita provvisoriamente al 49,9%.

    A prima vista potrebbe sembrare che l’Europa sia ormai vicina all’autosufficienza energetica. In realtà, nello stesso 2024, il 57% del fabbisogno energetico complessivo dell’UE-27 dipendeva ancora dalle importazioni nette.

    Non è una contraddizione: elettricità ed energia non sono la stessa cosa.

    Il sistema elettrico europeo sta cambiando rapidamente grazie alla crescita di eolico, solare, idroelettrico e alle interconnessioni tra i Paesi. Ma una parte enorme dei trasporti, del riscaldamento e dei processi industriali continua a utilizzare direttamente petrolio e gas.

    Ed è proprio qui che la dipendenza dall’estero resta molto alta.

    Nel 2024 il 96,6% del petrolio e dei prodotti petroliferi utilizzati nell’UE dipendeva dalle importazioni. Per il gas, il tasso di dipendenza ha raggiunto l’87,6% nel 2025.

    Dopo l’invasione russa dell’Ucraina, l’Europa ha modificato profondamente la geografia dei propri fornitori. Tra il 2022 e il 2024 le importazioni di petrolio e prodotti petroliferi dalla Russia sono diminuite dell’89,6%, mentre sono aumentati i flussi da altri Paesi.

    Questo ha ridotto la dipendenza da un singolo fornitore, ma non la dipendenza dalle importazioni in sé.

    La distinzione è importante: diversificare i fornitori rende il sistema più resistente, ma non significa diventare autonomi.

    La vera trasformazione passa quindi non soltanto da più produzione elettrica rinnovabile, ma anche dalla progressiva sostituzione di petrolio e gas negli usi finali, insieme a reti, accumuli e consumi più flessibili.

    L’Europa sta cambiando il proprio sistema elettrico molto più velocemente del proprio sistema energetico nel complesso.

    Ed è proprio questa differenza a spiegare perché si possa avere quasi metà dell’elettricità da fonti rinnovabili e, nello stesso tempo, continuare a importare oltre metà dell’energia necessaria.

    Articolo ispirato al capitolo 03.03 – Europa di Grandi Numeri, Grandi Impatti – Volume 2: Energia.

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  • Quanto raccolto possiamo perdere senza difendere le colture?

    Quando si parla di pesticidi, la discussione tende rapidamente a dividersi in due campi: da una parte chi li considera indispensabili per l’agricoltura moderna, dall’altra chi vorrebbe ridurne drasticamente l’uso. Ma per capire davvero il problema bisogna partire da ciò che accade nei campi prima ancora che un prodotto fitosanitario venga utilizzato.

    Insetti, funghi, batteri, virus e piante infestanti competono con noi per una parte enorme della produzione agricola. La FAO usa spesso un ordine di grandezza impressionante: gli organismi nocivi possono causare perdite fino al 40% della produzione agricola mondiale. Le sole malattie delle piante provocano ogni anno danni stimati superiori a 220 miliardi di dollari, mentre gli insetti invasivi ne causano per almeno altri 70 miliardi.

    Attenzione, però: questo non significa che i pesticidi “salvino il 40% del cibo mondiale”. Quel numero indica la pressione potenziale esercitata da parassiti e malattie in condizioni molto diverse tra loro. Una parte delle perdite viene evitata attraverso varietà resistenti, rotazioni, tecniche agronomiche, controllo biologico, monitoraggio e interventi meccanici. I prodotti fitosanitari sono uno degli strumenti disponibili, non l’unico.

    Eppure il loro utilizzo rimane enorme. Nel 2022 nel mondo sono state impiegate circa 3,7 milioni di tonnellate di sostanze attive, il 13% in più rispetto a dieci anni prima e circa il doppio rispetto al 1990. In Italia, nel 2024, sono state distribuite circa 93.600 tonnellate di prodotti fitosanitari, contenenti circa 40.400 tonnellate di sostanze attive.

    Sono numeri che, presi da soli, dicono però meno di quanto sembri.

    Un chilogrammo di una sostanza non equivale necessariamente a un chilogrammo di un’altra. Cambiano tossicità, persistenza, mobilità nell’ambiente, dose necessaria ed effetti sugli organismi non bersaglio. Alcuni prodotti moderni funzionano in quantità molto più piccole rispetto a quelli utilizzati in passato. Per questo ridurre semplicemente il peso totale distribuito non significa automaticamente ridurre nella stessa proporzione il rischio.

    Dall’altra parte, non trattare non significa necessariamente eliminare un problema. Un vigneto colpito dalla peronospora, un frutteto attaccato da un insetto o un campo invaso dalle infestanti possono perdere una parte rilevante della produzione e, in alcuni casi, anche della qualità commerciale. Un fungo può inoltre produrre tossine oppure rendere il raccolto inutilizzabile pur senza distruggerlo completamente.

    La vera domanda, quindi, non è semplicemente: “pesticidi sì o pesticidi no?”

    È piuttosto: quanto possiamo ridurne l’uso mantenendo sotto controllo le perdite agricole e sostituendo, quando possibile, i trattamenti con prevenzione, monitoraggio, controllo biologico e tecniche più precise?

    È questo equilibrio, molto meno semplice degli slogan, che determina il vero impatto della difesa delle colture.

    Tema tratto da “Grandi Numeri, Grandi Impatti – Volume 1: Cibo e agricoltura”, capitolo 02.15 – Prodotti fitosanitari.

  • Il 73,5% dell’energia italiana dipende ancora dall’estero

    Nel 2024 il 73,5% della disponibilità energetica italiana dipendeva dalle importazioni nette, il che significa che quasi tre unità di energia su quattro arrivavano dall’estero. È un dato che descrive bene una caratteristica strutturale del nostro sistema energetico: l’Italia produce una parte significativa dell’energia che utilizza, ma continua a dipendere fortemente dall’estero soprattutto per gas e petrolio.

    La situazione cambia molto a seconda della fonte. Nel 2024 la dipendenza era di circa 95,8% per il gas naturale, 95,5% per i prodotti petroliferi e praticamente 100% per i combustibili solidi, mentre per le rinnovabili scendeva al 6,1%. Questo perché sole, vento, acqua e geotermia possono essere sfruttati direttamente sul territorio nazionale, mentre gran parte dei combustibili fossili deve essere importata.

    Anche il petrolio estratto in Italia pesa relativamente poco rispetto alla scala del sistema. Nel 2024 la produzione nazionale di greggio è stata di circa 4,4 milioni di tonnellate, mentre le raffinerie italiane ne hanno lavorate oltre 60 milioni: anche immaginando di utilizzare tutto il greggio nazionale negli impianti italiani, oltre il 92% del fabbisogno resterebbe comunque da coprire altrove.

    Allo stesso tempo, però, il sistema elettrico sta cambiando molto più rapidamente. Nel 2025 le fonti rinnovabili hanno prodotto circa 128 TWh, pari al 41% della domanda elettrica italiana. È un risultato importante, ma non significa che il 41% di tutta l’energia utilizzata in Italia sia rinnovabile, perché elettricità ed energia non sono la stessa cosa.

    Quando si considerano anche trasporti, riscaldamento e industria, la quota delle rinnovabili scende al 19,6% del consumo finale lordo nel 2024. Il punto, quindi, è proprio questo: l’Italia sta trasformando rapidamente il proprio sistema elettrico, ma petrolio e gas continuano ad avere un peso enorme negli altri usi energetici, e per questo la dipendenza dall’estero resta ancora molto elevata.

    Articolo ispirato al capitolo 03.02 – Italia di Grandi Numeri, Grandi Impatti – Volume 2: Energia.